Il respiro di un corpo

Cibo, anima, corpo, sesso e amore. E pensieri.

sabato 23 gennaio 2010

E sono cinque.


5 giorni di normale rapporto col cibo!
5 giorni di dieta sana e "rilassata".
Segni positivi della bilancia già in arrivo (ma non scriverò qui quanti sono i chili in meno).
5 giorni senza essermi pesata se non alla fine.
5 giorni in cui non avevo nessun bisogno compulsivo di cibo, ma durante i quali nutrirmi era un gesto naturale e ... oppurtunemente circoscritto.
5 giorni in cui l'alimentazione non è stata danneggiata dalla vita sociale (e viceversa).

5 giorni in cui respiro a pieni polmoni, anche se la vita rimane difficile come sempre.

Che bello....

lunedì 18 gennaio 2010

Di nuovo.


Sono stanca di rimanere sempre la solita. E' come se mi allenassi per una gara che non ho mai occasione di affrontare. Tutta questa "preparazione" mentale per non arrivare mai a misurarmi realmente con le mie capacità.... Di che cosa starò parlando secondo voi? DI DIETA. Non riesco a portare a termine nemmeno dei propositi da persona sana. Dov'è finita la mia volontà?

.... Eppure non pretendo tanto da me stessa. Ma non riesco a premere il pulsante STOP. Ho programmato una dieta, ho PROGRAMMATO eventuali "eccessi" di cibo rispetto alla dieta. Ma a me non serve allentare il tiro. Non mi serve diluire il tempo previsto per perdere determinati chili. Non mi serve niente di tutto questo, perchè i momenti in cui cadi e ti attacchi ad un dessert non li programmi. E mentre mangi ciò che non desideri non PROGRAMMI nemmeno a che punto fermarti. Lo fai e basta, soffri e stai male ma lo fai. E probabilmente domani ti sveglierai, come sempre resisterai nei "comportamenti da sana" fino alle 19:00/20:00 e poi lo rifarai. Ma esattamente chi voglio prendere in giro? Il mio è un disturbo? Un'ossessione? Una dipendenza? E che così sia. Almeno la smetto di prendermi in giro.

giovedì 14 gennaio 2010

Le donne con gli attibuti non possono certo avere una voce sottile


Puoi sempre scegliere, anche quando sei immerso nella piena disperazione. Finchè respiri e sei cosciente, pienamente capace di intendere e di volere, conservi ancora la possibilità di crearti un bivio qualsiasi col quale coltivare una flebile capacità di controllo. E se per caso cedi alla tentazione di considerarti vittima degli eventi, potrai se non altro decidere con quale atteggiamento affrontarne le conseguenze.

Mi rimbombano in testa parole in lingua tedesca, parole di cui non conosco il significato ma che mi sono utili semplicemente per il loro suono. Suoni decisi che aiutino ad adottare comportamenti decisi. Sembra una stupidaggine? Ciò che adesso mi tornerebbe più comodo sarebbe l'ennesimo svago emotivo o intellettuale, l'ennesimo rifugio in cui coltivare semplicemente me stessa. E al diavolo tutto il resto, insomma. Poi, però, mi sveglierei una mattina, magari tra 5 anni, e mi renderei conto che la mia mente è cresiuta e maturata dieci volte più delle mie azioni. Che senso avrebbe avere una testa alta due metri, un petto gonfio più del dovuto e... due gambe corte 30 cm?

sabato 9 gennaio 2010

Ma che importa che sia sabato sera...

Chissà se rientro anch'io nella schiera dei perenni insoddisfatti, ovvero in quella categoria di individui definiti "ambivalenti", opzione aggiunta alla ormai stra-abusata classificazione freudiana dei "caratteri predominanti". Secondo Freud si può essere individui a prevalenza "orale-anale-fallica", a seconda della fase della propria infanzia in cui si è subito un blocco. Ci sono poi gli "ambivalenti", tipologia aggiunta in seguito al suddetto pacchetto. I tipi nè carne nè pesce, per intenderci, e questo non per quanto riguarda la personalità, piuttosto per quel che concerne le scelte. Gli ambivalenti sono infatti individui che non si trovano bene in nessun posto e in nessun lavoro specifico. Sono individualisti, incapaci di comandare ma anche di obbedire, e si sentono più realizzati se isolati. Ah, dimenticavo le "velleità intellettuali".... Insomma... sono persone perennemente alla ricerca di se stessi ma incapaci di arrivare al bandolo della matassa dato che il loro problema non è quello di aver inizialmente scelto una strada sbagliata (e di dover quindi ritrovare quella giusta) quanto quello di non stare bene da nessuna parte. Hanno una natura irrequieta che li porta a porsi continuamente domande a cui non potranno mai trovare una risposta... dato una soluzione in un animo come il loro non esiste.
EBBENE. Io sono ambivalente. In amore innanzi tutto. Ho con me una persona, e dentro alla sua mente, tra i suoi pensieri, mi sento a casa. Ogni mia riflessione è accolta tra le sue, tutto ciò che sono emotivamente ed intellettualmente si incastra bene in lui. Mi fa sentire "arrivata al traguardo". Solo che.... spontaneità, irruenza e trasgressione... mancano. Ma ne ho realmente bisogno? O semplicemente troverò sempre qualcosa di cui lamentarmi e per cui spaventarmi?
mmmm.....

giovedì 7 gennaio 2010

Usando un po' di cervello...

Questo nuovo anno, il 2010, porterà con se, più o meno verso la sua fine, il mio 25esimo compleanno. Si cresce. Si è costretti a farlo, in un modo o nell'altro. Ho sprecato gli anni migliori della mia vita dietro a traguardi irraggiungibili, convinta che si avesse il diritto di godere della felicità a pieni polmoni solo se in possesso dei "requisiti fisici adatti". Vi rendete conto dell'idiozia di questo pensiero? Riuscite a cogliere l'ovvia mancanza di un nesso logico, di un rapporto causa-effetto diretto, nelle parole che ho appena pronunciato? In tutto, nell'alimentazione così come nell'esercizio del proprio pensiero, ci vuole metodo. Ci vogliono impegno, disciplina e un buon uso della logica. Anzi, senza pretendere troppo da se stessi, si potrebbe anche dire che basti semplicemente un briciolo di buon senso. Ricordarsi che alla A segue la B e che non è possibile pescare lettere a caso come dal sacchetto dello scarabeo. Non è possibile pretendere di modificare il proprio corpo dall'oggi al domani senza prima aver lavorato su se stessi e sulla propria mente, e di conseguenza, non è possibile sentirsi delle fallite per non essere state in grado di compiere imprese ai limiti dell'umanità. Non si perdono 10 chili in due settimane, non si è felici con solo 40 chili addosso e soprattutto, se c'è ancora in noi un po' di spinta vitale, non si può pensare di resistere al senso di fame per sempre.

Perciò ecco il mio proposito per il 2010. SEI MESI di tempo per rimettermi in forma, considerando dei necessari periodi di stallo e la presenza di feste, sabato sera, pranzi domenicali. Se nemmeno stavolta e a queste condizioni ultra-permissive riesco a mantenere un'eventuale perdita di peso, LASCIO PERDERE e inizio a prendere la vita così come viene. Ma ho comunque impostato delle condizioni che dovrebbero rendere più arduo il fallimento... dato che... lo contemplano al loro interno!!! Sei mesi sono "tanti". Cosa farò durante tutto questo tempo? Imparerò a godermi la vita, ripetendomi nei momenti di sconforto che tanto sto andando nella direzione giusta, solo che ci sto andando lentamente.
Insomma, VOGLIO PROVARE A NON FARE LA PERSONA MALATA E A VEDERE SE FUNZIONA. Vi terrò aggiornati!!!! :-D

mercoledì 16 dicembre 2009

Come tutto esplose.... (DCA)

Scrissi questo post l'estate scorsa, per spiegare come tutto è esploso (e non cominciato) con i disturbi alimentari. I DCA per me sono presenti dalla notte dei tempi, e mi è più facile individuare il momento in cui raggiunsi "l'apice della follia" piuttosto che l'attimo in tutto, scientificamente, si è formato....

C'è una cosa che più di tutte continua a farmi rabbia, ed è il fatto che in passato io non mi rendessi minimamente conto che a decidere per me fossero gli altri. Altro che prosciutti sugli occhi, avevo davanti tutta quanta la fattoria. Mio padre, più o meno per un anno, non fece che ripetermi fino all'esasperazione che tipo di facoltà voleva che scegliessi. Nessuna richiesta diretta, solo tanti discorsi buttati lì con innocenza, "tanto per parlare". Rifletteva sulle possibilità offerte da quel tipo di corso di studi, individuando al volo il genere di lavoro che mi sarebbe più convenuto fare. Io assorbivo quelle parole passivamente, senza coinvolgimento passione, infastidita dall'incombere di una decisione che in un modo o nell'altro andava presa. Cercavo solo di capire quanto prima quale potesse essere il "male minore", per poter poi concludere l'estate in tutta tranquillità e nella più completa incoscienza. Non c'è un concetto di quella fantomatica riflessione che io riesca a ricordare. Molto probabilmente non pensai affatto. Comunque sia, ben presto, il "male minore" fu per me vedere mio padre soddisfatto e privo di preoccupazioni, fu scegliere la facoltà in cui c'era già gente che conoscevo, compreso il mio ragazzo di allora, e, infine, fu evitare un qualsiasi corso a numero chiuso, non per pigrizia, ma per avere delle certezze sin dall'inizio.

Il mio primo semestre andò benissimo. Dopo aver preso uno striminzito 76 alla maturità classica, fui io la prima a stupirmi dei miei voti. Nel secondo semestre non rimasi in pari, ma non per mancanza di impegno. Era tutto nella norma, insomma. Niente di cui allarmarsi. Il secondo anno invece feci un solo esame, e così pure il terzo. Iniziai studiando ma scappando al momento di fare un orale. Non ero mai convinta. Ogni volta sentivo di non aver studiato con lo spirito giusto, di non essere arrivata al nocciolo della materia. Probabilmente sarei passata comunque, ma con al massimo un 25 o un 26, fortuna permettendo, e per me questo era inconcepibile. Da un lato volevo la perfezione, dall'altro... iniziava a non importarmi più niente degli esami dati o non dati. Di fatto, iniziai a non volerla più finire quella facoltà, e studiare diventò solo il modo per riempire il tempo tra un pasto e l'altro. Spostai la mia attenzione su me stessa, o meglio, sull' ideale di me che avevo mentalmente ricostruito e che mi imposi di dover raggiungere ad ogni costo. Amore e odio. Diventai il centro di ogni mio pensiero, ma in pratica non feci altro che gettarmi nell'autodistruzione. Ero insoddisfatta e non ne capivo il motivo, anche se non sarebbe stato poi così difficile arrivarci. Ma ammettere di aver scelto la facoltà sbagliata implicava dover prendere seriamente in considerazione l'idea di fare altro, e quindi, significava rendere pubblico il mio fallimento. Dimostrare che non ero la persona che gli altri si aspettavano.

La mattina mi alzavo con la testa piena di promesse: ogni giorno era quello buono per rimettermi in riga. Ogni giorno era quello in cui sarei riuscita a misurare la mia forza di volontà con la quantità di cibo a cui sapevo rinunciare. A metà pomeriggio però cadevo. Aprivo frigorifero e dispensa e mangiavo. Tanto. Più di quanto sarebbe stata in grado di ingoiare una persona obesa. E poi vomitavo. Apparentemente, scongiurato il pericolo di ingrassare, tutto sarebbe dovuto tornare nella norma. Come se niente fosse, mi sarei dovuta rimettere sui libri, magari anche più convinta di prima. Ma c'erano due fattori che giocavano a mio sfavore. Primo, le abbuffate con vomito non erano mai isolate, molto spesso ripetevo 2-3 volte questa sequenza in maniera compulsiva, fino a restare completamente senza forze e con stomaco, esofago e gola che bruciavano. Secondo, io non fallivo se ingrassavo, ma fallivo se mangiavo. E dato che riuscivo a studiare solo se mantenevo un "atteggiamento completamente vincente", passate le quattro del pomeriggio non riuscivo a fare più niente, o almeno, a farlo con convinzione. Il tempo effettivo che passavo sui libri sarebbe comunque bastato a farmi passare gli esami, ma non mi avrebbe permesso di mantenere una media alta. E allora sì che tutto sarebbe finito, senza quei numeri che credevo costituissero la mia identità.

lunedì 14 dicembre 2009

Vestita di neve


Quanti giorni sono passati da quando ho smesso per l'ennesima volta di sentire il mio corpo? Ormai, ero praticamente arrivata al punto di credere di essere fatta di soli pensieri. Pensieri negativi, ovviamente. E invece oggi sono uscita per comprare i primi regali di Natale, a spasso per quella città che in questi giorni viene spesso nominata in tv a causa delle due "maestre/mostri". Era freddissimo. L'aria non aveva un odore particolare, ma da come riusciva ad anestetizzarti metà viso avresti detto che sapeva di neve. Il freddo ti fa muovere, ma ancor più che questo, ti costringe a mantenere i muscoli contratti, e quel pizzico di calore che produci sembra sottolineare delicatamente la tua esistenza. Di fronte alla depressione generalmente non reagisci, non subito almeno, o comunque non in maniera repentina. Di fronte ad piccolo ostacolo atomsferico, invece, si risveglia la parte più automatica di te, e assieme a questa si rimette in modo buona parte della tua voglia di vivere.
Io, in effetti, torturo il mio corpo. Spesso lo rinnego, sperando di dimenticarlo. Oggi invece era presente, e non è stato affatto male, per un po', sentirmi fatta solo di quello